| Ci eravamo lasciati, nell'ultimo numero della rivista, sottolineando la grande, impetuosa potenzialità insita nell'apertura di Roberto Pane a favore di un impegno "artistico" nella formulazione del progetto di "restauro", di singoli monumenti come di ambienti urbani storici1. Tuttavia, non fu certamente l'intuizione dello studioso napoletano ad avviare il travolgente processo di cambiamento e di trasformazione che coinvolse i vecchi edifici, le antiche città e in generale il paesaggio del nostro Paese. Negli anni dell'impetuoso sviluppo economico del dopoguerra, nei quali l'emergere di nuovi fenomeni sociali e culturali comportò un profondo rivolgimento nell'organizzazione e nel funzionamento della Nazione, l'intero patrimonio storico-artistico e ambientale italiano pagò un prezzo pesante alla voglia, o se si vuole, alle esigenze della modernità. L'ampia e crescente disponibilità di risorse economiche, i fenomeni di migrazione dalle campagne verso le città, dal Sud verso i centri industriali settentrionali, erano destinati a sconvolgere l'organizzazione delle prime, impoverite nella popolazione e destinate a veder cambiare ritmi e modi della loro utilizzazione; e quella delle seconde, che registrarono modifiche nella composizione sociale e significativi incrementi della popolazione e, conseguentemente, della loro estensione urbana. Gli allarmi relativi ai danni che sarebbero stati provocati da questa incessante attività, responsabile, di lì a breve, della più profonda trasformazione del paesaggio urbano ed extraurbano nella storia del nostro Paese, sono numerosi. Per ciò che concerne il paesaggio agrario, l'argomento fu oggetto di una famosa ed accurata analisi da parte di Emilio Sereni, autore di un tentativo di lettura del fenomeno in una prospettiva storica, in rapporto all'evoluzione delle vicende delle popolazioni che nel corso dei secoli avevano abitato la Penisola2. Nel settore che più ci riguarda da vicino, quello della tutela del patrimonio storico-artistico e del paesaggio, si è scelto, per rendere conto della situazione di quel difficile periodo, di impiegare come fil rouge di queste pagine, i racconti di un personaggio che, per il suo impegno istituzionale e personale, rappresenta forse la più chiara testimonianza al riguardo: Alfredo Barbacci3. Questo studioso che, come detto, si occupò durante tutta la sua lunga vita di tutela del patrimonio, ci ha lasciato nelle sue pagine immagini nitide del clima che si viveva in quegli anni. Rileggendo le pagine nelle quali sono raccolti gli scritti di polemica da lui dedicati4 alle questioni della tutela, si può seguire in filigrana la vicenda, spesso segnata da fallimenti, della difesa dell'eredità storico-artistica e del paesaggio nazionale. Dunque, se negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale la sua attenzione sembrava innanzitutto rivolta ad evitare che, alle distruzioni della guerra, si aggiungessero le devastazioni mistificatrici dei restauri, man mano essa si sposta sulle questioni della tutela del paesaggio e dell'ambiente urbano nella nuova Italia che si veniva - velocemente - costruendo. Da un lato egli ci racconta cosa era accaduto a quei monumenti che, come il Ponte coperto di Pavia, parzialmente distrutto dai bombardamenti, avevano subito ricostruzioni con forme che offendevano l'antico5, imitandolo malamente. Dall'altro, dando prova di preveggenza (lo scritto a cui ci si riferisce è del 1952), Barbacci mostrava di avere già compreso i rischi che si annidavano anche nelle apparentemente limitate proposte di modifica, legate all'inserimento di un "modesto villino" nelle apparentemente vaste e disponibili campagne italiane; e la sua preoccupazione era profonda, soprattutto quando paragonava la velocità con la quale tali "villini" si andavano moltiplicando con la laboriosità e la lentezza delle procedure di tutela delle bellezze naturali e la cronica povertà di mezzi dell'Amministrazione delegata alla tutela6. Allo stesso tempo, sottolineava i rischi portati al paesaggio dalla logica dello sviluppo economico perseguito a dispetto di tutto, anche in zone con vocazione turistica per così dire "conclamata", come la Versilia; zone per le quali la tutela del paesaggio avrebbe dovuto rappresentare un must ineludibile. Non senza ironia, illustrava il caso di un nuovo stabilimento siderurgico che sarebbe dovuto sorgere a Marina di Carrara, ed il fatto che la proposta di realizzare gli altiforni e le strutture ad esso connesse (tra le quali un terminal off-shore posto ad 1 km dalla spiaggia ed un pontile dotato di nastri trasportatori, alto circa 12 m sul livello del mare, di collegamento con lo stabilimento) aveva ottenuto il parere favorevole della Commissione provinciale per la tutela delle bellezze naturali; nonostante la protesta degli albergatori e delle categorie di lavoratori impiegate nel turismo7. A proposito dello sviluppo urbano di Firenze, fin dalla fine degli anni '50 del Novecento, Barbacci non aveva mancato di sottolineare i problemi di convivenza dell'antico centro storico con l'accresciuta superficie urbana cittadina e con l'aumentato numero degli abitanti. Aveva sottolineato la necessità di decongestionare le antiche vie, decentrando le funzioni e liberando vie e piazze antiche dal transito dei veicoli; ma allo stesso tempo non aveva potuto fare a meno di rilevare come le iniziative fin lì intraprese, fondate su scelte ben diverse da quelle orientate a garantire un futuro alle antiche mura, avrebbero favorito invece lo sviluppo di fenomeni opposti a quelli da lui auspicati. Né aveva dimenticato le questioni legate all'inserimento della nuova viabilità automobilistica, per lui simbolicamente riassunta nella questione dell'imminente costruzione in Toscana del nuovo nerbo viario nazionale, l'Autostrada del Sole, "tuttora… in parte allo stato nebuloso". Egli mostrava di avere già ben compreso i rischi derivanti al paesaggio dalla costruzione di quel genere di opere8. In un altro scritto, di fronte alla devastazione che negli antichi centri si stava facendo delle antiche architetture, poco o affatto nobili, ma pur sempre testimonianza di tempi passati e fattori importanti nel rendere fascino all'ambiente storico urbano, lo studioso si chiede, retoricamente: "chi difende l'architettura minore?". Una domanda cui egli risponde, sconsolatamente, che per più di un motivo non è possibile difenderla9. In questo clima si costituiva nel 1955 l'associazione Italia Nostra, destinata a combattere negli anni seguenti numerose battaglie sui temi della salvaguardia del paesaggio e del patrimonio storico-artistico della Nazione; nel 1960, a Gubbio, si formava l'A.N.C.S.A. (Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici). In quello stesso clima si formarono numerose altre associazioni e vennero intraprese iniziative per la tutela del patrimonio storico-artistico, urbano e dell'ambiente10, che culminarono nel 1964 nella formazione di una Commissione d'indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e paesaggistico11 Obiettivi della Commissione erano la revisione delle leggi istitutive della tutela ed il loro coordinamento con quelle urbanistiche; la riorganizzazione delle strutture e degli ordinamenti amministrativi; quella del personale e l'adeguamento dei mezzi finanziari. Nei voluminosi Atti, la cui suddivisione in tre volumi corrispondeva anche ad una suddivisione concettuale, venivano formulate proposte relative all'allargamento della concezione di patrimonio, con la definizione del concetto di "bene culturale"12, alla collaborazione tra autorità locali ed amministrazione centrale per la formulazione o revisione dei piani urbanistici. Inoltre, venivano indicati i principi e i metodi a cui si sarebbero dovuti attenere i tecnici incaricati del restauro di opere d'arte. Dell'efficacia, per la pratica della tutela, di un così grande sforzo è semplice dire: la riforma della legislazione sui beni culturali non venne allora minimamente avviata e solo nel 1999 si giungerà ad approvare una nuova legge di tutela13 per cui si è ancora in attesa del relativo regolamento di attuazione; la necessità di coordinamento tra autorità centrali e amministrazioni locali rimase semplicemente e implicitamente affidata alla buona volontà dei tecnici coinvolti dall'una e dall'altra parte14; e, uniche, le indicazioni relative ai principi e metodi di restauro vennero in buona parte travasate in una circolare ministeriale emanata cinque anni più tardi e nota come "Carta del Restauro 1972". Note 1. Vedi Recupero e Conservazione n. 44. 2. Emilio Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Bari, 1961. 3. Alfredo Barbacci (1896-1989) fu uno dei personaggi più impegnati sul fronte della tutela del patrimonio storico-architettonico e ambientale nel periodo qui preso in esame. Nominato soprintendente nel 1935, egli ricoprirà tale incarico in varie sedi lungo la Penisola, per ritirarsi nel 1963. Il suo nome figura tra quelli degli esperti che vennero chiamati a far parte della Commissione Franceschini, vicenda con la quale si chiudono queste pagine. Ma il suo impegno nel settore, sotto varie forme, rimarrà costante fino quasi alla morte. La sua attività di restauratore, come responsabile di soprintendenza, fu ampia e varia, così come quella di teorico. Per inciso, si segnala al proposito che tali temi sono stati di recente oggetto di un interessante e documentato lavoro di laurea (F. Pascolutti, Alfredo Barbacci -1896-1989- Architetto Soprintendente Restauratore, I.U.A.V., A.A. 2000-2001, relatore prof. E. Vassallo). Qui interessa invece trattare la sua attività pubblicistica di denuncia degli scempi e dei danni provocati al patrimonio nazionale dal nuovo corso economico e sociale. 4. Alfredo Barbacci, Il guasto della città e del paesaggio, Le Monnier, Firenze, 1962; Alfredo Barbacci, Il volto sfregiato, Tamari, Bologna, 1972. Si tratta di raccolte di articoli e di scritti già pubblicati su quotidiani e riviste negli anni precedenti a quelli di pubblicazione, da cui sono tratte tutte le citazioni che seguono. 5. "Il ponte coperto è risorto, ma quantum mutatus ab illo! Spostato dalla posizione originaria, risulta più corto; la larghezza utile è passata da sei a nove metri e mezzo, l'altezza è aumentata; le arcate, da sei e frazione - una era seminterrata - divengono cinque, più ampie e quasi uguali, tranne una, mentre le antiche erano assai diverse; le armille delle accresciute arcate vengono fatte più sottili, i balconcini dei parapetti simmetrizzati, le pile regolarizzate, la cappellina modificata, i due portali rifatti in tutt'altra, assai dimessa forma; ed è inutile dire che le arcate sono di cemento armato, impiallacciate di pietra: sembra che un particolare studio sia stato posto per riprodurre bensì le vecchie forme, ma variandole a capriccio. In compenso, magro compenso, si pongono, a sostegno dell'ingrandita tettoia, esatte copie dei piastrini di granito, in parte ricuperati, ma non reimpiegati… Pavia ha riacquistato il suo ponte coperto; ma, ahimè, questo non è un'opera originale di forma moderna, non è quella originaria reintegrata, non è neppure l'esatta copia di essa: ne è la caricatura…". Questa è la denuncia dello sconfortato studioso. 6. A proposito della macchinosità delle procedure, scrive Barbacci (1952): "L'elenco dei terreni da vincolare (ai sensi legge 1497/1939, n.d.r.) deve esser pubblicato sulla Gazzetta ufficiale, il che non avviene fulmineamente; entro un mese dalla pubblicazione, il fascicolo della gazzetta, assieme all'elenco od alla planimetria delle particelle catastali vincolate, deve essere pubblicato nell'albo del Comune - o dei Comuni - e insieme depositato, per tre mesi, presso le sedi degli Architetti, Ingegneri, Agricoltori e Industriali, altri tre mesi sono concessi agl'interessati per presentare eventuali ricorsi al Governo della Repubblica, ed altro tempo, indeterminato, impiega questo per esaminarli e per pronunciarsi in merito. Analoga procedura deve essere seguita per i piani paesistici…". Tutto questo, a fronte di una attività pianificatoria, da parte delle Amministrazioni locali, pressoché assente, quando non esplicitamente destinata ad inficiare i tentativi di tutela. Doloroso constatare come, a cinquant'anni di distanza, la sostanza delle affermazioni di Barbacci sia ancora valida. 7. Scrive sconsolato Barbacci: "Non resta, perciò, che trarre la morale dalla favola. Certi settori della vita italiana appaiono separati come i compartimenti stagni delle navi. Per evitare ostacoli e perditempo, ognuno opera per proprio conto; poco male se poi scoppierà qualche grana: si comporrà sul piano politico, oppure si supererà col sistema del fatto compiuto. Si sa che quando la valanga si è mossa è difficile fermarla…". E prima aveva annotato: " si dovrebbero prevenire i contrasti… ed evitare che quando entrano in giuoco i monumenti e il paesaggio siano sempre loro a pagare le spese…". 8. E, quando lo studioso scriveva quelle pagine, aveva ben presente gli effetti che politiche urbane miopi avevano arrecato ad altri centri cittadini, quali Roma o Napoli. A proposito della erigenda autostrada, Barbacci non aveva potuto fare a meno di sottolineare come quella sarebbe stata "certo una gran comodità, ma è tale opera da sconvolgere il paesaggio, ovunque lo attraversi, mediante vaste trincee, muri di sostegno, terrapieni, viadotti, ponti ed altre cosiddette " opere d'arte"". 9. "… per la tutela del carattere delle città (vi sono) i Comuni, coi loro uffici tecnici, spesso valorosi e volonterosi. Ma i Comuni hanno per ninfa Egeria la Commissione edilizia. La quale, salvo eccezioni, essendo costituita in maggioranza da rappresentanti di associazioni interessate all'edilizia, non è un vaglio difficilmente attraversabile. Dunque non vi è salvezza per l'architettura minore? Per le vecchie case e chiese, per le vecchie strade poetiche e armoniose, per i quartieri tradizionali? Non vi è lo Stato, con le sue leggi di tutela storico-artistica, con le Soprintendenze ai monumenti? In questo campo lo Stato può molto, ma non tutto. Se un edificio ha interesse storico o artistico particolarmente importante, la Soprintendenza può proporne il vincolo, posto il quale, il monumento è salvo. O quasi, perché può accadere che il proprietario ricorra al Ministero della pubblica istruzione che, sentito o no il Consiglio superiore delle antichità e belle arti, per ragioni extra-artistiche annulli il vincolo; oppure che il proprietario, affidandosi ad un esperto legale, ricorra al Consiglio di Stato, che ha la fama, certo immeritata, di dar torto spesso e volentieri al medesimo. Occorre riconoscere che un edificio di grande interesse raramente viene distrutto. Difficile è, invece, la difesa di un vecchio edificio, quando il suo interesse è meno importante…". 10. Oltre a numerosi convegni, si ricorda la formulazione delle "Raccomandazione sulla salvaguardia della bellezza e del carattere dei paesaggi e dell'ambiente" redatta a Parigi nel 1962 dall'UNESCO; durante il VI Convegno Nazionale di Urbanistica, nel 1958, la formulazione di una proposta per la "Difesa e valorizzazione del paesaggio urbano e rurale"; nel 1964, a Venezia, durante il II Congresso Internazionale degli architetti e dei tecnici del restauro, venne stilata la Carta di Venezia, un documento che avrebbe dovuto sostituire la Carta del Restauro del 1931; in quello stesso convegno venne approvata una "Risoluzione sulla creazione di un'organizzazione internazionale non governativa per i monumenti e l'ambiente" (ICOMOS, International Council of Monuments and Sites)… 11. La Commissione venne istituita con la legge n. 310 del 1964, sotto la presidenza dell'on. Franceschini. Dell'organismo parlamentare facevano parte 27 tra parlamentari ed esperti, tra i quali figuravano Massimo Severo Giannini, Massimo Pallottino, Carlo Ludovico Ragghianti e, come già anticipato, Alfredo Barbacci. I lavori si conclusero solo nel 1967 con la pubblicazione in tre volumi degli Atti (AA. VV., Per la salvezza dei beni culturali in Italia, Roma, 1967). 12. "Appartengono al patrimonio culturale della Nazione tutti i Beni aventi riferimento alla storia della civiltà. Sono assoggettati alla legge i Beni di interesse archeologico, storico, artistico, ambientale e paesistico, archivistico e librario, ed ogni altro bene che costituisca testimonianza materiale avente valore di civiltà" (Atti della Commissione Franceschini, Parte prima, Beni Culturali, Dichiarazione I). Il concetto di bene culturale introdotto nel linguaggio normativo dagli Atti della Commissione Franceschini era destinato ad avere, negli anni seguenti, grande successo. 13. Il D. Lgs. 490/1999, con la cui trattazione si chiuderà questa rubrica è, peraltro, costituito da una semplice collazione dei numerosi strumenti normativi accumulatisi nel corso dei decenni sull'argomento "tutela". Il concetto di bene culturale introdotto nel linguaggio normativo dagli Atti della Commissione Franceschini era destinato ad avere, negli anni seguenti, grande successo. 14. E anzi, nella Carta del Restauro 1972 si tornò a sottolineare il fatto che al Ministero compete non la collaborazione con l'ente locale, ma solo l'esame e l'approvazione delle proposte da quello formulate. Bologna. Nuova casa alle Due Torri. (Fot. Barbacci) | | |